Verso l’obbligo vaccinale, con almeno 5 mesi di ritardo…

Vaccino Covid19

Le parti sociali hanno fatto tutto quanto potevano e anche di più a sostegno della campagna vaccinale che, diciamoci la verità, languisce da agosto 2021, e non solo per raggiunti limiti fisiologici. Ora sembra che il governo si sia reso conto che tocca a lui prendere in mano la situazione e rompere gli indugi sull’obbligo vaccinale, almeno per alcune categorie.

La diatriba va avanti almeno dallo scorso agosto quando la Cgil era finita nel mirino di una campagna stampa senza precedenti, accusata di spalleggiare i novax, per aver messo in evidenza le disparità di trattamento a cui erano sottoposti i lavoratori nelle mense aziendali in assenza di un quadro normativo chiaro (le mense aziendali venivano equiparate ai ristoranti). A fine ottobre, con l’estensione del green pass ai luoghi di lavoro, era invece finita nel mirino dei novax per avere correttamente sostenuto una normativa nazionale.

L’attuale escalation di contagi rende non più rinviabile l’assunzione di responsabilità da parte della politica. I numeri della progressione parlano da soli: 3.769 casi a livello nazionale il 13 ottobre, 3.791 il 21 ottobre, 4.863 il 28 ottobre, 5.902 il 4 novembre, 8.697 l’11 novembre, 10.167 il 17 novembre.

Veneto e Verona seguono il trend, dai 348 casi giornalieri a livello regionale alla metà ottobre fino agli attuali 2 mila circa, che ci fa ritornare “sorvegliati speciali” e possibili candidati alla zona gialla.

Per evitare il ritorno alle misure restrittive, nel bollettino del 18 novembre la Fondazione Gimbe invocava la riduzione a 6 mesi de green pass e l’introduzione dell’obbligo vaccinale almeno per le categorie di lavoratori a contatto con il pubblico, precisando che Il “super green pass, senza l’opzione tampone, rischia solo di alimentare le tensioni sociali senza garanzia di aumentare coperture vaccinale e adesione alla terza dose”.

Nelle manifestazioni regionali di sabato 20 novembre per cambiare la manovra economica del governo su pensioni, fisco, lavoro, il leader Cgil Maurizio Landini rivendicava che “il sindacato sei mesi fa aveva posto il problema di andare verso un obbligo vaccinale che fosse discusso, vedo che qualcuno si sta svegliando con un po’ di ritardo e penso che da questo punto di vista che l’obiettivo deve rimanere lo stesso in Italia e nel mondo”. Landini ha acceso così un faro anche sulla questione dimenticata della scarsissima disponibilità di vaccini nei Paesi poveri.

Resta da capire come sia possibile riprendere ritmi elevati nella somministrazione dei vaccini ora che la macchina dei grandi hub vaccinali è stata in parte smantellata, il clima sociale si è notevolmente surriscaldato e il passaggio del testimone ai medici di base non si è ancora verificato.

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