“Semplificare per rafforzare”

di Danilo Barbi – Segretario confederale CGIL Nazionale

La Cgil è sempre stata profondamente innamorata della Costituzione italiana. Partecipammo senza incertezze alla battaglia costituzionale contro il progetto di “devolution”. Per noi la Costituzione è un apparato di valori straordinariamente attuali, per buona parte non applicati e che fra le sue virtù ha anche quella di prevedere la possibilità di essere modificata. Ovviamente la Costituzione italiana prevede di poter essere cambiata ma non da una cultura anticostituzionale. Da tempo la crisi economica è al centro delle preoccupazioni dei sindacati.  Noi pensiamo e diciamo da tempo che questa è una  grande crisi. Una crisi di modello, una crisi di sistema. Questa crisi crea una tensione istituzionale e democratica, nel mondo e in Europa, ma non c’è dubbio che ci sia una crisi di legittimazione tutta specifica delle istituzioni e della politica italiana. Noi abbiamo sentito crescere, soprattutto fra i lavoratori più esposti al mercato e fra i pensionati con minor reddito,  una furia crescente verso istituzioni che non si occupavano della difficoltà di vivere crescente nella società. Tutto questo aggravato da episodi di corruzione, esempi di impunità e di privilegio.  Di fronte a tutto ciò la Cgil ha fatto una scelta inedita nella sua storia: una propria compiuta proposta organica di modifica dell’insieme delle istituzioni democratiche del nostro Paese. La nostra proposta ha un intento dichiarato:  rafforzare le istituzioni, rilanciare lo spirito pubblico. Una traiettoria alternativa, a quella che è stata l’intenzione del governo Monti e, cioè, utilizzare la crisi di legittimazione per ridurre il perimetro pubblico. Per prima cosa noi ci dichiariamo favorevoli alla prospettiva degli Stati uniti d’Europa. In questa prospettiva va abbandonata la strada dell’austerità ed anzi  va creata una politica europea di creazione di lavoro e va completata la costruzione dell’Euro, trasformando la Banca Centrale Europea in una vera e propria banca di ultima istanza. Circa il rapporto fra Governo e Parlamento in Italia, noi ribadiamo la nostra contrarietà a forme di semipresidenzialismo. In un Paese così complesso, che spesso tiene insieme infamie e meraviglie, è preferibile un Presidente della Repubblica di garanzia ed un Governo che deve discutere con l’insieme del Paese. Ma al Parlamento la centralità va ridata, va ricostruita. Noi sosteniamo con forza l’ipotesi del monocameralismo come alternativa alla torsione semipresidenzialistica. Detto questo se chiunque volesse procedere in questa direzione, troverebbe l’intera Cgil schierata contro questa possibilità, fino al referendum costituzionale. Noi diciamo, inoltre, che bisogna rimettere mano all’unica parte che è stata modificata della seconda parte della Costituzione e cioè il titolo V. Diciamo di ridurre drasticamente le materie concorrenti. Ci sembra di poter dire che s’è creata un’ampia maggioranza, in Parlamento e nel Paese, sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul monocameralismo e sulla revisione del titolo V. Si facciano queste modifiche e non si tenga ostaggio un cambiamento condiviso, volendo per forza modificare anche la forma di governo. Occorre comunque ridisciplinare l’insieme delle funzioni delle autonomie territoriali. Dall’introduzione di una camera delle regioni e delle autonomie ad una più libera autonomia impositiva. Con l’obbligo della gestione associata dei servizi nei comuni fino a diecimila abitanti, con il superamento delle province come livello costituzionale, con il divieto per le regioni di svolgere funzioni di amministrazione diretta. Se la democrazia ha bisogno dei partiti, i partiti in Italia vanno riformati. E’ vero che i palchi costano ma allora diamo ai partiti la gratuità di alcuni servizi, necessari all’attività politica, ma non diamo loro denaro, stabiliamo un tetto per le donazioni private e risolviamo il conflitto di interessi. E siccome è ormai chiaro che la sobrietà è una necessità stabiliamo un tetto per gli emolumenti. Tre volte il reddito medio. Proponiamo una legge nazionale sulle forme di democrazia partecipativa che favorisca le pratiche dei bilanci partecipati, rafforzi l’istituto della legge di iniziativa popolare, introduca un  quorum mobile circa la validità dei referendum abrogativi e definisca il referendum deliberativo a livello comunale.  Sull’insieme delle nostre proposte, oltreché sulla necessità di una riforma della Pubblica Amministrazione pensiamo di aprire una grande discussione nel Paese.