Riforma delle cure primarie: il ruolo delle professioni sanitarie nel documento Agenas

Nell’ambito della complessiva riforma delle cure primarie, si va delineando un po’ meglio il ruolo che i medici di base e gli altri professionisti sanitari sono chiamati a giocare.
Dopo quella del luglio scorso, Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha infatti licenziato la seconda bozza della riforma che ridisegna ruoli e funzioni della sanità territoriale.
Per quanto riguarda i medici di base, si dice che “tutte le aggregazioni dei Medici di medicina generale e dei Pediatri di libera scelta, come le AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e le UCCP (Unità di Continuità Cure Primarie), sono ricomprese nelle Case della Comunità avendone in esse la sede fisica oppure a queste collegate funzionalmente”.
La Casa della Comunità viene infatti definita come “l’accesso unitario fisico per la comunità di riferimento ai servizi di assistenza primaria e di integrazione sociosanitaria”.

Il loro tratto distintivo consiste nella “promozione di un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali”. Si afferma dunque che “Occorre assicurare il coinvolgimento delle AFT dei MMG e PLS e delle UCCP”.
L’attività delle Case della Comunità deve essere organizzata “in modo tale da permettere un’azione d’équipe tra Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta, Specialisti Ambulatoriali Interni – anche nelle loro forme organizzative – Infermieri di Famiglia e Comunità, altri professionisti della salute, quali ad esempio Psicologi, Logopedisti, Fisioterapisti, Dietisti, Tecnici della Riabilitazione e Assistenti Sociali, anche al fine di consentire il coordinamento con i servizi sociali degli enti locali del bacino di riferimento”.
Si precisa infine che “nei territori a minore densità abitativa”, i medici e gli altri professionisti sanitari “operano sia all’interno delle CdC che nella loro individualità”.

Un disegno di ampio respiro, quindi, che si inserisce su una vasta riorganizzazione dei Distretti Sanitari, che rimangono comunque il perno (con funzioni di coordinamento) della sanità territoriale. Ce ne dovrà essere uno ogni 100 mila abitanti.

Fanno parte del Distretto:

  • Almeno una Casa della Comunità “hub” ogni 40.000-50.000 abitanti;
  • Case della Comunità “spoke” (che si differenziano dalle “hub” per estensione del servizio, funzioni e specialità mediche presenti) e ambulatori di Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta “tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali”;
  • Almeno un Infermiere di Famiglia e Comunità ogni 2.000 – 3.000 abitanti;
  • Almeno una Unità Speciale di Continuità Assistenziale (1 medico e 1 infermiere) ogni 100.000 abitanti;
  • Una Centrale Operativa Territoriale ogni 100.000 abitanti o comunque a valenza distrettuale; – Almeno un Ospedale di Comunità dotato di 20 posti letto ogni 50.000 – 100.000 abitanti;
  • Una Unità di Cure Palliative Domiciliari (UCP – DOM) ogni 100.000 abitanti;
  • Un Hospice con almeno 10 posti letto all’interno della rete aziendale delle cure palliative.

Nel dettaglio, la Casa della Comunità hub deve essere in grado di erogare i seguenti servizi:

  • Presenza medica h24 e infermieristica h12 per 7 giorni alla settimana;
  • Presenza di équipe multiprofessionali (MMG, PLS, Continuità Assistenziale, Specialisti Ambulatoriali Interni (SAI) e dipendenti, Infermieri e altre figure sanitarie e sociosanitarie);
  • Punto prelievi;
  • Programmi di screening;
  • Servizi diagnostici finalizzati al monitoraggio della cronicità (ecografo, elettrocardiografo, retinografo, oct, spirometro, ecc.) anche attraverso strumenti di telemedicina.
  • Servizi ambulatoriali specialistici per le patologie ad elevata prevalenza (cardiologo, pneumologo, diabetologo, ecc.);
  • Servizi infermieristici, sia in termini di prevenzione collettiva e promozione della salute pubblica, inclusa l’attività dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC), sia di continuità di assistenza sanitaria, per la gestione integrata delle patologie croniche;
  • Sistema integrato di prenotazione collegato al CUP aziendale;
  • Servizio di assistenza domiciliare di base;
  • Partecipazione della Comunità e valorizzazione della co-produzione, attraverso le associazioni di cittadini e volontariato.
  • Relazione con le strutture per le cure intermedie (es. assistenza medica nelle strutture residenziali territoriali come l’ospedale di comunità).
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