Pnrr: ecco come cambieranno i servizi sanitari. L’Agenas ha licenziato la prima bozza di lavoro

Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ha licenziato la prima bozza di lavoro per la riorganizzazione dei servizi sanitari sul territorio. Il documento, che sarà presumibilmente oggetto di un lungo confronto con le Regioni – prime destinatarie delle linee guida – disegna un modello inedito di servizi socio assistenziali prendendo spunto dall’unica vera novità introdotta dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): le Case della Comunità.

Si dice infatti che all’interno dell’unità territoriale di riferimento, che resta il Distretto Sanitario, uno ogni 100 mila abitanti, ci dovranno essere almeno 4 Case della Comunità, una delle quali (la principale) svolgerà il ruolo di hub (perno) e almeno 3 con funzioni spoke (raggio); 2 Ospedali di Comunità con una capacità di almeno 20 posti letto ogni 50 mila abitanti; 1 Usca (Unità Speciale di Continuità Assistenziale) dotata di medico e infermiere; 1 Hospice.

Le Case della Comunità spoke differiscono dalla casa “madre” hub principalmente per la copertura del servizio: se agli hub viene richiesta una presenza medica di 24 ore al giorno nell’arco dell’intera settimana e una presenza infermieristica di 12 ore al giorno per 7 giorni alla settimana, negli spoke la copertura dei servizi sia medici che infermieristici è limitata alle 12 ore giornaliere su 6 giorni alla settimana, dal lunedì al sabato. Anche la dotazione di macchinari e personale sarà diversa, tuttavia in ogni Casa della Comunità sarà possibile trovare medici di medicina generale, pediatri, specialisti di ambulatorio, infermieri e anche altre figure socio-sanitarie. La cura dei pazienti avverrà anche attraverso lo sviluppo della telemedicina solo in parte implementato durante la pandemia.

A proposito degli infermieri, un’altra importante novità riguarda la previsione di assicurarne uno ogni 2.000 – 2.500 abitanti. Quindi dopo il medico di famiglia avremo anche l’infermiere di famiglia (ne verranno reclutati 30 mila in tutta Italia). Le Usca, introdotte durante la pandemia a sostegno dei medici di famiglia alle prese con i malati di Covid a domicilio, assumeranno il compito di gestire “situazioni condizioni clinico-assistenziali di particolare complessità e di comprovata difficoltà operativa”. Ogni Distretto dovrà avere anche la sua Centrale Operativa Territoriale (Cot), deputata a coordinare la presa in carico del paziente dialogando con i vari servizi presenti. Al livello provinciale o regionale sarà affidata la gestione del numero verde europeo 116117 per l’accesso alle cure mediche non urgenti, una sorta di 118 per le situazioni di non emergenza. Non da ultimo, il Pnrr stabilisce che l’assistenza domiciliare deve essere potenziata per prendere in carico almeno il 10% della popolazione over 65.

Tutto bello e tutto buono, il Pnrr destina pure un bel po’ di soldi (2 miliardi di euro) per l’istituzione di 1.288 Case della Comunità. Restano tuttavia numerosi interrogativi di fondo che nel settore stanno alimentando un ampio dibattito. Il primo di questi interrogativi riguarda il ruolo dei medici di base che attualmente rappresentano la principale interfaccia dei servizi sanitari territoriali. I medici di famiglia svolgono però la loro attività in convenzione con il Servizio sanitario pubblico, il che appare conciliarsi poco e male con una riorganizzazione così integrata e capillare. Certo, si continua a dire che le Case della Comunità non devono essere necessariamente un luogo fisico ma sono concepite più come un modello organizzativo. Non si spiega, però, se in che modo i medici di famiglia dovranno entrarci. Tutta un’altra serie di dubbi riguarda l’atterraggio del nuovo modello nelle singole realtà regionali che molto spesso hanno dato prova di particolarismo più che di particolarità, nonché  tutto il capitolo che riguarda il personale: come ci si farà carico dei relativi costi una volta che il sistema entrerà a regime? Sullo sfondo resta pure il ruolo degli ospedali, trattati come entità a sé stanti e come un “corno” del della classica dicotomia ospedale-territorio. Ma siamo sicuri che la dicotomia sia corretta? 

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