Nuove Strutture di Prossimità: fumata grigia dalla Conferenza Stato-Regioni

Ecco un annuncio che vorremmo ascoltare al più presto da parte delle autorità politiche e sanitarie regionali: l’apertura della prima struttura di prossimità “innovativa” e “sperimentale” del Veneto.

Ad un anno di distanza dal Decreto Rilancio del Maggio 2020 è infatti in arrivo la prima tranche di finanziamenti (50 milioni complessivi, di cui 6 milioni destinati al Veneto, a valere su due annualità: il 2021 e il 2022) per la sperimentazione di nuovo modello organizzativo di assistenza territoriale rivolto ai soggetti fragili.

Peccato che la Conferenza Stato Regioni, riunita il 17 giugno scorso, abbia rinviato la decisione su questo punto. La strada sembra comunque tracciata: le strutture di prossimità o di comunità sono state concepite (o meglio, riproposte) a metà 2020, verso la fine della prima ondata della pandemia, per dare una soluzione all’isolamento e al monitoraggio dei pazienti Covid in quarantena.

Benché al loro interno vi si possano trovare tutte le specialità mediche necessarie a prevenire l’aggravamento delle patologie, le strutture di prossimità non sono luoghi di cura tradizionali, dove si entra malati e si esce risanati. A ben guardare non si identificano necessariamente nemmeno con un luogo fisico, sono più un modello organizzativo che promette, finalmente, di stare vicino alla popolazione più bisognosa di assistenza, fatta di malati cronici, disabili, non autosufficienti, fornendo loro tutte le cure e la prevenzione necessarie.

La loro peculiarità sta nell’attenzione che promettono di effondere nel preservare il più possibile la qualità della vita del paziente, integrando l’aspetto sanitario con quello socio-assistenziale, cominciando col favorirne la permanenza al proprio domicilio e diminuendo, di converso, il ricorso all’istituzionalizzazione.

Non è il primo tentativo di questo genere che viene operato in Italia: strutture ispirate a questa filosofia esistono già ad esempio nelle Case della Salute (decreto ministeriale del 10 luglio 2007) sviluppate soprattutto in Emilia Romagna. Ma anche forme di co-housing; centri servizi a sostengo della domiciliarità o altre forme di domiciliarità protetta.

Ora si tratta di fare un ulteriore, decisivo, salto di qualità in direzione di generalizzare un nuovo modello di assistenza integrata.

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