“La riscossa dei corpi intermedi”. Spunti per spendere bene i soldi europei

Chi, o che cosa, ci assicurerà che i 209 miliardi di euro del Recovery Fund  verranno effettivamente spesi e che arriveranno ai territori a beneficio dei soggetti designati, tra cui anziani fragili, donne, giovani? Perché non dovrebbero fare la stessa fine di un buona fetta dei fondi europei ordinari che spesso non riescono nemmeno a tradursi in progetti? Di sicuro non lo faranno i vari leader che nel corso degli ultimi anni hanno teorizzato e praticato, per la verità senza grosso successo, se non occasionale, la politica della disintermediazione, ponendosi come interlocutori unici o privilegiati del “popolo”, variamente inteso. Molto probabilmente non riusciranno più di tanto ad entrare nel dettaglio nemmeno i 300 tecnici individuati prima dal governo Conte e poi sostanzialmente confermati, almeno nei numeri, anche dal governo Draghi, per sostenere l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Per una buona parte degli obiettivi condivisi, o condivisibili, di crescita, sviluppo e innovazione posti dal Pnrr, e al fine di concretizzare sui territori gli orientamenti e le finalità democraticamente definite dal Parlamento, sarà di fondamentale importanza, ancora una volta, il dialogo e il confronto tra le parti sociali, dunque tra istituzioni, sindacati, associazioni datoriali e associazioni dei cittadini. Sebbene sia stata data più volte per superata, la contrattazione e la concertazione resta, dunque, uno dei principali e più concreti strumenti di democrazia per lo sviluppo. In una pubblicazione dal titolo evocativo, “La riscossa dei corpi intermedi”, il Centro di ricerca Rur, Rete Urbana delle Rappresentanze, in collaborazione con i Consigli Regionali Unipol (Cru), ha messo in rilievo le potenzialità della concertazione nella promozione del progresso economico-sociale dei territori esaminando due casi di studio: il Patto per il Lavoro in Emilia Romagna tra il 2015 e il 2020 e la contrattazione aziendale di secondo livello nel Lazio.

Partendo dal lavoro svolto dalle parti sociali durante la pandemia per ripristinare la funzionalità di poli e distretti industriali secondo nuovi protocolli di sicurezza, gli autori valutano come “una progettazione condivisa e partecipata dalle forze imprenditoriali e sociali avrebbe molte chance di rappresentare una discontinuità rispetto ai magri risultati [nell’utilizzo dei fondi europei, ndr] ottenuti in passato. Se ripetiamo l’errore di realizzare un processo dall’alto, il rischio di un fallimento è possibile”. Per quanto riguarda il Patto per il Lavoro in Emilia, al di là dei risultati macroeconomici che hanno comunque visto un aumento dell’occupazione (soprattutto nella componente giovanile) e degli investimenti (soprattutto nella componente della ricerca e sviluppo)  “la  caratteristica di maggiore distintività del Patto per il Lavoro dell’Emilia-Romagna rispetto ad altri strumenti programmatici è costituita dalla rilevante attenzione posta alla valorizzazione del capitale umano, delle competenze, della relazione fra formazione e tessuto imprenditoriale. Dalle sperimentazioni nella Motor Valley del sistema duale di formazione/lavoro, allo sviluppo della rete degli ITS, al progressivo orientamento verso l’eccellenza delle università regionali, la formazione si è trasformata da puro elemento valoriale a concreto fattore di sviluppo economico e sociale. La particolare attenzione posta nello sviluppo delle competenze ha funzionato quale strumento essenziale per ridurre la disoccupazione e accrescere la qualità dell’occupazione”.

In tutt’altro contesto, fatto prevalentemente di lavoratori pubblici dei Ministeri e di altri altri enti, la contrattazione di secondo livello nel Lazio ha visto l’affermazione di una tendenza osservata anche in altri contesti: “la maggior parte degli accordi aziendali prevedono la possibilità di conversione dei premi in piani di welfare aziendale con una parte crescente dei lavoratori ha effettivamente optato per questa conversione”.

Sebbene la contrattazione di secondo livello resti limitata ad una parte minoritaria di aziende (dal 20% al 30%) essa riguarda già una percentuale molto consistente di di lavoratori (fino al 60%-70%) nei settori economicamente e sindacalmente forti, e si rivela uno strumento molto utile per regolare aspetti che spesso sfuggono alle politiche pubbliche quali la conciliazione fra lavoro ed esigenze personali e familiari, la promozione dell’invecchiamento attivo, la regolazione dello smart working”.

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