Riforma delle cure primarie: il confronto-scontro tra Regioni e Medici di Base

A distanza di alcuni mesi dalla definitiva approvazione del Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza (luglio 2021) e di un mese dalla presentazione del nuovo Piano degli Interventi dei Servizi Sociali 2021-2023 e dei nuovi criteri di accreditamento per lo svolgimento delle cure domiciliari (entrambi approvati dall’ultima Conferenza Stato-Regioni del 22 settembre) comincia a svilupparsi una prima forma dibattito pubblico attorno alla prevista riforma della sanità territoriale e delle cure primarie.

Il confronto parte per lo più sotto forma di scontro tra Regioni e associazioni dei medici di base a seguito di un documento portato dalle prime alla Conferenza Stato-Regioni nel quale si fa una disamina piuttosto impietosa e a tratti anche ingenerosa del ruolo svolto dalla medicina di base durante la pandemia e si comincia a ipotizzare il modo migliore di integrare i medici di famiglia nelle nuove Case della Comunità che il Pnrr prevede di innestare nei Distretti Sanitari per riqualificare il livello della sanità territoriale. 

Nel testo si prefigurano quattro scenari il cui denominatore comune è il superamento dell’attuale sistema di convenzionamento: il primo prevede il passaggio dei medici di famiglia alle dipendenze del Sistema Sanitario Nazionale; il secondo e il terzo prevedono forme di accreditamento in grado di dare un decisivo impulso alle forme associate della medicina di base capaci di uno sguardo il più possibile multidimensionale e multidisciplinare sul paziente. Almeno nella proposta avanzata dalla Regione Toscana, i medici di famiglia dovrebbero giocare un ruolo importante anche nell’assistenza domiciliare e nella ridefinizione della continuità assistenziale. La quarta prevede un doppio canale misto, dipendenza e accreditamento, che sarebbe modulabile anche in base alle vocazioni dei territori.   

Tutte le ipotesi sono state sostanzialmente respinte dalla Fimmg che, pur senza chiudere del tutto la porta alla riforma, in un documento del 27 settembre è tornata a rivendicare la più ampia  autonomia organizzativa, funzionale e professionale, riproponendo la logica dei micro-team monoprofessionali in collegamento con le nuove Case della Comunità, le quali dovrebbero funzionare da “secondo” punto di accesso sul territorio.

Ma la polemica è divampata sopratutto sui giudizi netti, spesso taglianti, espressi nel documento (sottoscritto dagli assessori regionali alla Sanità) sulla gestione della pandemia. Sono stati bollati come “scarsi” i risultati prodotti dagli accordi tra Governo e associazioni dei medici di famiglia per quanto riguarda l’effettuazione dei tamponi e la somministrazione dei vaccini. I medici sono stati “bocciati” anche sotto l’aspetto dell’azione di sorveglianza domiciliare: “L’istituzione delle USCA – scrivono gli assessori – ha sopperito alla difficoltà della medicina generale di organizzarsi autonomamente nel fornire un effettivo supporto per la sorveglianza attiva dei propri assistiti a domicilio”. Il passaggio che ha fatto più discutere è stato però il seguente: “Anche il contributo, in termini di vite umane fornito dalla medicina generale (…) è stato soprattutto dovuto ad un modello che non era in grado di fornire strumenti, spazi e organizzazione adeguati in termini di sicurezza e di indicazioni operative per questi professionisti”.

Polemiche che evidenziano tutti i nervi scoperti del sistema della sanità territoriale ma che rischiano di distogliere l’attenzione dal principale obiettivo della riforma: dare una risposta di civiltà, efficienza ed efficacia ai cittadini, a partire dai più deboli, quindi il mondo delle cronicità, delle nuove fragilità e della non autosufficienza.

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