Nella nostra regione più di 6 anziani su 10 prendono meno di 1.000 euro lordi al mese (circa 700 euro netti). Le donne guadagnano la metà rispetto agli uomini

Il sindacato dei pensionati lancia l’allarme anche di fronte ai rincari di luce, gas e prodotti alimentari.

Di Girolamo: «il governo tuteli il potere d’acquisto dei nostri pensionati»

L’inflazione corre, le pensioni stanno ferme al palo. Si profila un periodo molto ostico per i pensionati veneti se non interverranno provvedimenti del governo volti a tutelare gli anziani più poveri e il loro potere d’acquisto.

Lo Spi Cgil del Veneto ha analizzato in profondità la situazione dei pensionati veneti, con un focus puntuale riferito a tutti i comuni della nostra regione. Il principale risultato non è per nulla confortante, perché rivela come in Veneto più del 60% dei pensionati (circa 685.600 anziani) del settore privato portano a casa assegni inferiori ai mille euro lordi al mese che corrispondono a poco più di 700 euro netti. Come si può vivere con assegni così modesti? La domanda sorge spontanea, tanto più che la percentuale dei pensionati under 1.000 euro lordi al mese si impenna se parliamo di donne. Più di 8 pensionate venete su 10 (circa 500mila) rientra in questa categoria, contro il 40% degli uomini (195.500). D’altra parte, il divario di genere è evidente anche esaminando solo le medie degli assegni previdenziali complessivi: in Veneto la pensione media dei maschi è di 1.355,24 euro, alle donne arriva invece circa la metà, 711,98 euro.

Ma ora la questione diventa ancora più pressante, perché, come è noto, dopo anni di stagnazione se non addirittura di recessione, si registra una impennata dell’inflazione, trainata da luce (+ 30% )  e gas (+15%). Un aumento che per una coppia di anziani in una casa di 80 metri quadri può significare in media un extra-esborso (rispetto all’anno precedente) di 135 euro per l’energia elettrica e di 180 euro per il metano. Ma – al di là dei nuovi dispositivi come le mascherine, che rappresentano una nuova spesa rispetto al periodo pre-covid – sono molti altri i prodotti che vengono acquistati in modo massiccio dagli anziani e che registrano rincari consistenti. Qualche esempio? Latticini, +17%; farine fra il + 10 (grano duro) e il +17% (grano tenero); ortofrutta, +7%; pasta, +20%. Come affrontare questi aumenti senza intervenire sulle pensioni?

«La situazione è molto preoccupante e lo diciamo da tempo – spiega Giuseppe Di Girolamo, della segreteria dello Spi Cgil del VenetoPer noi è fondamentale che gli anziani non vedano eroso il proprio potere d’acquisto quindi l’adeguamento delle pensioni all’inflazione deve essere una priorità e su questo fonte non si possono più chiedere sacrifici ai pensionati, come successo troppo spesso negli anni passati. Ricordiamo che in Veneto l’inflazione è rimasta molto bassa negli ultimi tempi, a volte sotto lo zero. Ora, grazie alla ripresa economica, si sta impennando superando il 2,5%. Le pensioni devono ottenere una adeguata rivalutazione».

Per i sindacati, poi, la bozza della riforma fiscale dimostra pochissima attenzione per le problematiche dei pensionati. «Fra le nostre rivendicazioni – conclude Di Girolamooltre alla riduzione della tassazione sugli assegni previdenziali, che è la più alta d’Europa, non può mancare quella relativa al divario di genere negli assegni previdenziali. L’enorme differenza fra le pensioni degli uomini e quelle delle donne non è più sostenibile e può rappresentare un dramma sociale. Le pensionate, fra l’altro, sono molto più numerose e la maggior parte di loro vive sola. La situazione rischia di sfuggire di mano».

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