Sostenere che il femminicidio sarebbe «un omicidio come tutti gli altri» merita una risposta seria e documentata.
Sostenere che il femminicidio sarebbe “un omicidio come tutti gli altri” e non avrebbe bisogno di un riconoscimento specifico, merita una risposta seria e documentata.
Nessuno sostiene che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Nessuno afferma che un omicidio sia meno grave di un altro. Il punto è diverso: il femminicidio non descrive semplicemente chi viene ucciso, ma perché viene ucciso.
Quando una donna viene assassinata da un partner, da un ex compagno o da un uomo che non accetta la sua libertà, la fine di una relazione o la sua autonomia, non siamo di fronte a un delitto casuale. Siamo di fronte all’espressione estrema di una cultura del possesso, del controllo e della sopraffazione.
Per questo il termine femminicidio non nasce per creare privilegi, ma per descrivere una realtà specifica. Una realtà che per decenni è stata nascosta dietro formule come «delitto passionale», quasi che la violenza potesse essere giustificata dall’amore o dalla gelosia.
I numeri dimostrano che la maggior parte delle donne uccise perde la vita in ambito familiare o affettivo e molto spesso per mano di partner o ex partner. Non si tratta quindi di una serie di episodi scollegati, ma di un fenomeno sociale con caratteristiche precise.
Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare queste caratteristiche e cancellare le radici culturali della violenza. È come sostenere che tutti gli incidenti sul lavoro siano uguali a qualsiasi altro incidente: la morte è sempre una tragedia, ma le cause e i contesti richiedono strumenti diversi di prevenzione e di intervento.
Anche il legislatore italiano ha riconosciuto questa specificità introducendo una fattispecie dedicata, fondata sul movente di dominio, discriminazione, controllo e possesso esercitato nei confronti della donna in quanto tale. Non si tratta di stabilire gerarchie tra vittime, ma di individuare e contrastare una forma particolare di violenza.
Come sindacaliste e sindacalisti, cittadine e cittadini, non possiamo limitarci alla repressione penale. Dobbiamo interrogarci sulle cause profonde. La violenza contro le donne si combatte con l’educazione al rispetto che si realizza sia in famiglia che a scuola, nasce con l’indipendenza economica femminile, con servizi sociali adeguati, con centri antiviolenza finanziati e con una cultura che riconosca pienamente la libertà e l’autodeterminazione delle donne.
Per questo la battaglia contro il femminicidio riguarda tutta la società e riguarda anche il sindacato. Difendere i diritti delle donne significa difendere la qualità della nostra democrazia. Significa affermare che nessuno può considerare un’altra persona una proprietà da controllare o da punire.
Il femminicidio esiste. Lo raccontano le storie delle vittime, lo confermano i dati, lo riconoscono le istituzioni e lo impone la coscienza civile di un Paese che vuole essere più giusto e più libero.
Le parole hanno un peso. Quando si nega un fenomeno sociale così grave, il rischio non è soltanto quello di sbagliare un’analisi. Il rischio è quello di rendere più difficile il cambiamento culturale di cui l’Italia ha ancora bisogno.
La Segreteria Spi Cgil Veneto
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