Veneto messo in ginocchio dalla pandemia, in un anno cresce del 25% il numero delle famiglie in povertà relativa. Ora sono circa 273 mila

Bressan: “con i piani di zona e la negoziazione possiamo mitigare i nefasti effetti del virus”

Non solo dolore, isolamento e decessi. Nella nostra regione il Covid ha prodotto anche una crescita della povertà che non trova eguali in altre parti d’Italia e che demolisce la quotidiana narrazione autocelebrativa del presidente Luca Zaia. Il sindacato dei pensionati (Spi) della Cgil regionale ha studiato l’impatto della pandemia sui bilanci delle famiglie venete, tratteggiando un quadro a tinte fosche, utile però nell’ambito della negoziazione sociale che vede impegnati Comuni, Enti locali, Ulss e sindacati in un confronto serrato per la destinazione delle risorse, soprattutto quelle messe a disposizione dal piano nazionale di rilancio e resilienza (Pnrr). 

Lo Spi rileva che nel 2020 in Veneto il 13% delle famiglie (circa 273 mila) si trova in una situazione di povertà relativa, ovvero fatica ad arrivare a fine mese. Rispetto al 2019, quando il dato si fermava al 10,4% (poco più di 200 mila famiglie), la crescita è molto consistente: +25%. Se poi facciamo un salto indietro di dieci anni, quando le famiglie venete in povertà relativa erano circa 60 mila, la crescita è vertiginosa e si attesta oltre al 400%.      

 «Al di là di quanto ci viene propugnato ogni giorno – commenta Renato Bressan, della segreteria dello Spi Cgil regionaleil Veneto è tutt’altro che un’isola felice, anzi. La pandemia nella nostra regione ha svuotato i portafogli di molte famiglie mettendole in ginocchio e i dati lo dimostrano in modo impietoso».

L’analisi del sindacato dei pensionati si sofferma anche sui bilanci dei Comuni veneti. Nella nostra regione, la cosiddetta spesa sociale, destinata a finanziare il Welfare, nel 2019 rappresentava il 15,5% della spesa totale (corrente), nel 2020, invece, è salita al 20,5%. Altro dato: le risorse destinate agli interventi contro l’esclusione sociale hanno “eroso” il 4,6% della spesa corrente, contro l’1,8% del 2019.    

«Oggi più che mai – continua Bressan – si rende necessario il potenziamento di quei piani di zona che programmano gli interventi sociali sui territori. Grazie al confronto fra sindacati come il nostro e gli enti locali o le aziende sanitarie, hanno permesso anche in questo difficilissimo periodo di affrontare la pandemia con strumenti idonei. La programmazione – prosegue Bressanda una parte ha permesso di potenziare ciò che già esisteva, soprattutto a favore degli anziani, come l’accompagnamento di soggetti fragili alle visite, la continuità assistenziale, il sostegno economico per le spese farmaceutiche, la consegna della spesa a domicilio, la verifica dei bisogni attraverso la contrattazione sociale. Dall’altra, ha favorito servizi innovativi, come l’attivazione delle telefonate a persone sole e anziane, il sostegno alimentare alle categorie più compite dalla pandemia, le campagne informative sui vaccini e gli sportelli sociali che a nei prossimi mesi lo Spi avvierà in tutta la regione». 

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