“La mia lotta contro il Covid19”: l’esperienza di Gianfranca, una iscritta allo Spi di Padova

Riportiamo l’esperienza di Gianfranca Fiore, padovana iscritta allo Spi, che ci ha riportato la sua esperienza dopo aver contratto il Coronavirus.

Mi trovavo in Spagna, dove l’allarme arrivò con un certo ritardo, e sulla nave che da Barcellona mi avrebbe riportata in Italia, il mio stato di salute era precario: il dubbio di aver contratto il coronavirus era sempre più convincente.

L’assenza di febbre al controllo della temperatura favorì il mio rientro a Padova anche se le mie condizioni di salute erano peggiorate. Seguirono giorni di grande spossatezza, inappetenza e una forte tosse che non mi permetteva quasi di respirare. Avvertii il medico. Mi consigliava riposo e, sottovalutando la gravità delle mie condizioni, inviava una richiesta di tampone all’Usl, senza dichiararne l’urgenza. All’insorgere di uno stato febbrile in serata (temperatura 38°,6) del lunedì 23 marzo, mi prescrisse un antibiotico unito all’assunzione di paracetamolo.

Quando mi resi conto che le condizioni peggioravano, mi decisi a chiamare il 118. Al pronto soccorso intervennero subito con ossigeno e tampone. Dopo due ore circa mi spostarono nel reparto dedicato ai pazienti di Covid19.

ERO STATA CONTAGIATA!

Furono informati del ricovero solo i miei stretti famigliari, “gli altri” vivevano nell’ansia, fino a quando mio fratello istituì una chat per comunicare il bollettino quotidiano. Solo lui manteneva il contatto con i medici. Il mio stato di salute non era così grave da ricorrere a terapia intensiva, però la polmonite interstiziale in atto aveva danneggiato gran parte dei polmoni. La febbre durò fino a sabato sera, per sparire definitivamente la domenica 29 marzo e per tutti i lunghi giorni di degenza.

Non persi mai conoscenza, ero vigile e consapevole del pericolo. Pensieri di morte si mescolavano a momenti di speranza, mi accorsi di quanto ero attaccata alla vita, alle molte cose e progetti che mi rimanevano ancora, alla figlia che avrei abbandonato, alla mia casa “vuota! “che mi aspettava! ai miei cari, amiche, moltissime che erano in pena per me. Chissà se sarei tornata tra loro, mi dicevo quando ricevevo un messaggio. Mi giungeva una grande energia e forza dalle preghiere, e fede di una grande catena di amici rapidamente informati del mio stato di salute. Diciotto giorni passarono veloci. Il mio ottimismo, il mio spirito combattivo unito ad un corpo sano, mi aiutarono a migliorare giorno dopo giorno. Dopo lo stato febbrile dei primi giorni, il quadro clinico rimaneva stazionario, ma perdurava un peggioramento dell’addensamento polmonare. Secondo i medici dovevo ancora superare la fase acuta della malattia, anche se erano evidenti piccoli miglioramenti. La somministrazione di ossigeno ad alto flusso (4 litri al minuto) e l’appesantimento della cura, con i farmaci indicati dal protocollo, fu mantenuta a lungo. Dopo una decina di giorni in cui il quadro clinico rimaneva stabile, mi abbassarono la quantità di ossigeno con una mascherina che permetteva l’umidificazione, consentendomi di parlare. Riprendevo con emozione a fare qualche telefonata, in primis ai miei famigliari, e poi anche con qualche amica. Con il lento miglioramento, il letto mi stava stretto, sentivo il bisogno di alzarmi, di esplorare lo spazio che mi ospitava, di vedere fuori dalla mia stanza le persone, di cui mi giungevano solo le voci.

Solo il giorno della dimissione vidi che la mia stanza si affacciava alla reception del reparto; il che giustificava la moltitudine di voci che in alcuni orari si accavallavano e mi obbligavano a chiudere la porta. La preferivo aperta per non farmi sentire più sola nel mio “isolamento”.

Le giornate erano interminabili, il passaggio dei medici, i pranzi e le cene segnavano il lungo trascorrere delle ore, in cui ascoltavo la radio attraverso il telefonino o guardavo la televisione, alternando piccoli riposi e contatti telefonici. Preferivo chiamare io, verso sera ricevevo la “buonanotte dal mio “fratellazzo” che mi comunicava il bollettino medico e mi infondeva pazienza: “meglio qualche giorno in più di ospedale, per uscire guarita completamente”. Anche l’incubo delle prime notti diminuiva, seguito da un riposo più conciliante. Mi svegliavo spesso e rimanevo diverso tempo sveglia, accompagnata dalle dolci note di ”Venice Classic Radio”, per poi riaddormentarmi. Alle 7 del mattino le infermiere di turno mi davano il buongiorno, non proprio piacevole, perché eseguivano la prima serie di esami e controlli che si susseguivano nell’arco della giornata. Passavano spesso gli infermieri, con cui scambiavo quattro chiacchiere. Loro rimanevano appagati dai miei ringraziamenti, del mio modo gentile di chiedere l’aiuto per me indispensabile, fino al giorno in cui mi fu concesso di scendere dal letto anche per andare in bagno: erano le piccole conquiste guadagnate con la progressiva guarigione!

Ricordo la sera del 7 aprile: avevo ricevuto una chat dove mi si informava che avremmo potuto vedere la luna “rossa”, la più bella dell’anno; lo dissi all’infermiera di turno che veniva a darmi la buonanotte. Non esitò a spostarmi con il letto davanti alla finestra per farmela vedere. Finalmente si avvicinò il giorno delle dimissioni, quanto desideravo mangiare la colomba a casa!

Gli ultimi due giorni di ospedale li trascorsi senza l’ausilio dell’ossigeno, i valori erano dentro la norma, i medici erano soddisfatti di dimettere un paziente “Guarito”; si complimentarono del mio atteggiamento sempre ottimista e tenace che aveva contribuito per il 40%, dissero, alla mia guarigione.

“La leonessa ha sconfitto il virus” dichiarai con un messaggio alle amiche in Spagna.