Differenze di genere, in Veneto solo 4 donne su 10 si ritengono economicamente indipendenti.

Emblematica la situazione delle pensionate che portano a casa in media 703 euro al mese contro i 1.344 euro degli uomini. E la pandemia ha peggiorato la situazione. L’appello del sindacato: «il divario si può colmare con la contrattazione di genere»

Le differenze di genere anche nella nostra regione continuano a relegare le donne in una posizione di debolezza rispetto agli uomini. Il divario negli stipendi resta inaccettabile, tanto che in Veneto solo quattro donne su dieci si reputano economicamente indipendenti. Stiamo parlando sia delle lavoratrici che (di conseguenza) delle pensionate, che devono fare i conti con assegni previdenziali caratterizzati da importi molto più bassi (circa la metà) rispetto a quelli dei “colleghi” maschi.  A evidenziare questo preoccupante gap è il sindacato dei pensionati (Spi) Cgil del Veneto che rimarca la necessità di rendere sempre più diffusa ed efficace la cosiddetta contrattazione di genere, che prevede il confronto fra sindacati, Enti locali e Ulss nell’ambito di proposte e accordi che tengano conto delle differenze fra uomo e donna, con l’individuazione di politiche che mirino alla riduzione di un divario ormai insostenibile.

«Queste differenze – commenta Rosanna Bettella, della segreteria dello Spi Cgil del Veneto – nascono dalla storia familiare, sociale e lavorativa che con le sue radicate consuetudini e i suoi stereotipi, non ha permesso e non permette alle donne di realizzarsi pienamente relegandole, nella famiglia, nel ruolo tradizionale di cura, nella società nel ruolo di moglie e madre e nel lavoro, in ruoli di scarsa responsabilità e considerati marginali. Il lavoro come segno identitario sembra appannaggio dei soli maschi. È davvero grave che nella nostra regione solo 4 donne su 10 si ritengano economicamente indipendenti».  

Per quanto concerne le pensioni, una indagine dello Spi – che ha analizzato ed elaborato i numeri pubblicati da Inps e Istat – ha messo a confronto i diversi assegni previdenziali che vengono erogati mediamente in Veneto. Anche gli ultimi dati disponibili confermano che le pensioni mensili degli uomini sono quasi il doppio rispetto a quelle delle donne: 1.344,62 euro per i primi, 703,56 euro per le pensionate. In tale contesto, emblematica la situazione di certi territori – come Rovigo, Belluno, ma anche Venezia (dove si registra il divario di genere più marcato) – dove gli assegni “femminili” sono inferiori ai 700 euro lordi mensili. Il tutto, all’interno di una regione in cui le donne anziane sono in numero decisamente maggiore rispetto ai “colleghi” uomini: le ultra65enni sfiorano quota 640 mila, il 56% del totale; le over 80, invece, sono circa 230 mila, il 63% di tutti gli ultraottantenni veneti.

Diventa quindi imprescindibile, per il sindacato, occuparsi a tutti i livelli di colmare queste disuguaglianze, attraverso una contrattazione che assuma le differenze di genere come elemento prioritario e distintivo, nei posti di lavoro e anche nella contrattazione sociale territoriale. «La pandemia ha accentuato in modo estremamente significativo queste differenze – prosegue Bettella -. C’è stata una forte pressione delle donne, delle loro associazioni, dei partiti e dei sindacati per inserire nel piano nazionale di ripresa e resilienza, investimenti adeguati per i servizi all’infanzia e per quelli di cura agli anziani con il duplice obiettivo di dare un sostegno alle donne che lavorano e anche come generatori di lavoro qualificato. C’è l’impegno ma le risorse sono ancora insufficienti. Ci vuole un vero sostegno ai caregiver che quasi sempre sono donne e sempre di più donne anziane che curano donne più anziane».

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